Dialogo sulle pensioni

Di Michele Sonnessa e Giovanni Gelmini

Ciao Gelmini,

   i tedeschi non smettono di dare esempio, anche per il problema pensioni ragionano in modo equo e sociale e non seguono il mito americano aumentare l'età anagrafica non serve, a contribuire ai buchi devono essere tutti compresi quelli che sono già in pensione.

Certo noi siamo un pò diversi, siamo un popolo di: Poeti, navigatori, cantautori, lobbysti, invalidi, pensionati da fame, pensionati protetti, classisti cattocomunisti e voltagabbana. In questo baillame riformare è una grande impresa è maledettamente difficile, però, per non rinunciare tutti allo status dei diritti acquisiti una soluzione c'è:
Ribaltare il problema sulle future generazioni a partire dal dopoguerra. C'est plus facile.

Michele Sonnessa

Caro Michele,

    mi sembra che il discorso "pensioni" sia veramente un punto dolente e difficile. Non penso che le ricette siano facilmente esportabili e tra tutte quella americana la lascio volentieri a loro assieme ai Mac Donald, al "Sistema della qualità" applicato al terziario, alla Guerra preventiva e ad altre stupidaggini che continuano a propinarci (e troppi a crederci!).

Il sistema tedesco non lo conosco nei particolari, ma anche lui sarà esportabile in modo limitato; alla fine noi abbiamo bisogno di un sistema italiano e così è sempre stato, se cerchiamo di imitare gli altri ci rimettiamo.

L'INPS è stato per noi un momento di sicurezza, nel '69 (Autunno Caldo e c'ero anch'io) ci siamo lasciati prendere la mano, abbiamo pensato che in un sistema economico in continua crescita ci fosse lo spazio per pensioni garantite con l'80% dello stipendio. Purtroppo subito dopo il sistema economico è passato dal Boom allo Sbum ed oggi è in grave difficoltà. La riforma Dini ha cercato di mettere una pezza, ma è evidentemente troppo piccola e ingiusta. Caro Michele, tocchi un tasto stato delicato. Ormai lavoro da più di 40 anni, e per quella riforma non posso avere la pensione, devo continuare a lavorare ancora per altri 5 anni e versare i contributi in un'altra cassa, da cui non so cosa avrò.

Oggi si discute la riforma Maroni. Anche questa mi sembra un'altra pezza, ancora più piccola di quella di Dini e per di più inutile. Maroni ha però individuato un filone interessante e possibile: recuperare il 33% di stipendio "sommerso ed esentasse" che ogni lavoratore versa all'INPS. Non capisco però lo scopo di lasciarlo in tasca a chi probabilmente è stanco di lavorare. Il beneficio di non sborsare la pensione è evidentemente insufficiente per risanare i conti, forse l'idea è di aumentare la disponibilità delle famiglie e rilanciare i consumi. Penso che la riforma debba essere più profonda, eliminando ed esempio il concetto di "cassa" diversa per settore. Salverei però la proposta Maroni se si introducesse la "riduzione dell'orario di lavoro" anziché l'aumento degli stipendi. Questo permetterebbe un avvio soft alla pensione, di soddisfare i datori di lavoro e di creare opportunità per i giovani, che pagheranno i contributi all'INPS, mantenendo quindi flussi di cassa per le pensioni.

Gianni Gelmini

Per dovere di cronaca preciso che oggi sono andato in pensione nel 2010, ed i circa 5000€ versati all'INPS come lavoratore Co.Co.Co mi rendono 21€ lordi al mese

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