L'opinione

Iraq: quale realtą oggi?

Considerazioni tratte dal bimestrale Limes titolo PROGETTO JIH del 2004

Di Giovanni Gelmini

E’ prossimo il dibattimento alla Camera e mi sembra utile leggere insieme alcuni articoli contenuti nel primo numero del 2004 del bimestrale Limes titolo PROGETTO JIH.

Due mi sembrano particolarmente legati alle problematiche dell’attuale dibattito in Parlamento e mostrano come dall'inizio della presenza italiana ad oggi le cose siano cambiate in modo sostanziale e che la strage di Nassiriya non sia un caso fortuito, ma un’azione organica ad una strategia del terrore presente in quel paese medio orientale.

Nel primo articolo di Antonio Sema, “La resistenza senza volto rivela i limiti della potenza americana”, viene messo in evidenza come vi sia stata un'escalation e una sostanziale modifica dell'atteggiamento americano sul territorio. Dopo aver mostrato l’enorme squilibrio tra la consistenza e la potenza delle truppe alleate e le unità dei guerriglieri / terroristi, armati sommariamente, scrive che “…In una situazione di questo tipo, una guerriglia riesce a sopravvivere solo se è radicata nel territorio.”L’ipotesi iniziale statunitense “ ..spiega il genenale Dempsey, in una guerra di questo tipo la lotta termina quando la guerriglia si rende conto che le sue azioni non danno più alcuna speranza di successo…” ma più avanti si sottolinea che “la controguerriglia, iniziata con l’ambizione di vincere “hearts and minds” degli iracheni, deve constatare, come lamenta il colonnello Ralph Peters, che sfortunatamente “in Iraq ci sono alcuni cuori e alcune menti che non si possono vincere”, e quindi occorre un “nuovo realismo” nella gestione della strategia repressiva.

Dopo un’ampia disamina dei problemi che si incontrano nella fase conclusiva, fornisce due indicazioni, a mio avviso, significative delle difficoltà militar-culturali in cui si trovano i comandi alleati. “Già ora gli strateghi più avvertiti cominciano a rendersi conto che gli uomini scarseggiano rispetto agli impegni assunti con Enduring Freedom, …Proprio per questo, la questione posta dalla resistenza irachena travalica l‘Iraq, perché l’esperienza bellica degli ultimi anni ha iniziato a dimostrare (con sempre nuovi esempi) che le forze statunitensi non sono (ancora) in grado di individuare e colpire un avversario irregolare in un ambiente non desertico.” e l'Iraq non è solo deserto.

Se il primo articolo pone in evidenza l’inaccortezza degli americani quando hanno intrapreso questa guerra (e questo lo avevamo intuito fin dall’inizio), il secondo pone l’accento su i problemi dell’evoluzione della resistenza irachena e del grave rischio di una guerra civile (e anche questo lo temevamo fortemente).

In “Ora il rischio è laguerra civile” Andrea Chiovenda analizza prima le tipologie “dell’attività della resistenza” irachena e poi, attraverso tale evoluzione e con le considerazioni dei rapporti esistenti tra le varie etnie, mette in evidenza ilcontinuo avvicinarsi dello spettro della guerra civile.

Il primo punto è che la cattura di Saddam Hussein ha si rappresentato un momento di svolta nell’evoluzione della resistenza irachena, ma non nel senso sperato da Bush. Secondo l’analisi prospettata infatti la diminuzione degli attentati è solo un segno apparente e invece dobbiamo cercare di leggere “..come gli stessi attacchi vengono vissuti ed interpretati dalle varie parti in causa alla luce dell’uscita di scena del protagonista principale”.

Vengono individuate due grandi tipologie di attentati: quelli verso la coalizione e le istituzioni collegate, che possono coinvolgere casualmente civili iracheni, e quelli rivolti verso “obiettivi di importanza interna all’Iraq, soprattutto di carattere religioso,” e questi “…vogliono provocare vittime proprio tra la popolazione civile irachena.” È evidente che le motivazioni e le organizzazioni che sono alle spalle di tali operazioni sono estremamente differenti. L’articolo prosegue poi con un’attenta interpretazione degli attacchi del primo tipo, i più diffusi attualmente, che vengono a loro volta suddivisi in:

  • attacchi non suicidi, rivolti a bersagli di piccola media importanza. Questi vengono individuati come legati a “..parte autoctona, partigiana, di coloro che stanno ancora contrastando la coalizione..” sono in pratica quelli della resistenza partigiana, “…mossa e nutrita da sentimenti nazionalistici, contro un’occupazione ritenuta, se non del tutto immotivata e non richiesta, oggi non più necessaria.” Questi, con la cattura di Saddam Hussein dovrebbero essere in fase di riduzione, ma  “Viceversa, in spregio alle dichiarazioni ufficiali dei comandi militari americani, che ancora raccontano di attacchi portati dalle ultime sacche di resistenza baatiste” o di fanatici supporter di Saddam”, stiamo avendo la dimostrazione di quanto il fervore nazionalistico pesi nella fetta della popolazione civile irachena che ha deciso di reagire con le armi all’occupazione del proprio paese.”
  • Attacchi dinamitardi suicidi rivolti a obiettivi non necessariamente militari, ma diretti contro obiettivi di fortissimo impatto emotivo, Onu, Croce Rossa, ecc, tra cui sicuramente le stazioni della Polizia irachena ( la caserma dei nostri militari). Secondo la mia sensazione aggiungerei che una caratteristica di questi attentati è quella di rivolgersi ad attività per la ricostruzione di uno stato civile. Secondo l’autrice dell’articolo questi attentati hanno una matrice completamente diversa dai precedenti; gli attentati pretendono grandi quantità di esplosivo (peraltro presente abbondantemente in Iraq) e persone che si candidano al suicidio. Per questo motivo si attribuiscono a organizzazioni legate ai movimenti esterni al mondo iracheno, anche se questo non è confermato da altre informazioni disponibili. L’articolista ricorda però che questi attentati non potrebbero in ogni caso avere luogo senza un significativo appoggio locale, anche se la loro logica di comportamento è lontana dal modus operandi dell’iracheno arabo sunnita.


Come allora ha agito la cattura di Saddam sull’uomo della strada? Se prima della sua cattura il sentimento comune era di “…astio e acrimonia ..” e le parole comuni erano “libertà” è “liberazione” (dall’occupazione americana) ora “prevale un sentimento di rassegnazione, di resa, come se, d’un tratto, la resistenza non potesse più portare all’espulsione dell’occupante. L’arresto del ra’is ha infranto un sogno. Ora che il simbolo della nazione è caduto, l’ ”Iraq iracheno” è veramente finito, resta solo l’ ”Iraq americano.” Penso che non ci siano dubbi che questo rafforzi tutte le altre componenti della “resistenza”, che sono molto più pericolose e difficili da contrastare.

L’articolista passa poi a fare considerazioni sugli attentati rivolti alla popolazione irachena, per noi forse emotivamente meno importanti, e collega questo tipo di attentati a un elemento pericolosissimo: lo scontro tra i vari poteri etnici, compressi dal potere “razzista del partito ba’
t,che possono portare la situazione al disastro totale della guerra civile. Purtroppo le considerazioni fatte sono inquietanti, e , a mio avviso, non tengono conto anche dell’indebolimento e delle difficoltà interne del potere iraniano che potrebbero far peggiorare notevolmente le prospettive di pace.

Sicuramente ci può essere qualcuno che afferma che le argomentazioni presentate dagli studiosi estensori degli articoli siano esagerate, ma se anche la possibile realtà fosse brutta la metà della metà di quanto da loro descritto, dovremmo in ogni caso preoccuparci e adottare, se non altro, interventi meno superficiali di quelli che attualmente sono in discussione.




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