Cosa ho letto nell' "L’ODORE DEI SOLDI" di Marco Travaglio

Di Concetta Bonini

Il fatto

Berlusconi assolto o condanato?

Visto l'articolo 531 C.P.P. dichiara non doversi procedere nei confronti di Berlusconi Silvio in ordine al reato di corruzione ascrittogli al capo A) limitatamente al bonifico in data 06-07 marzo 1991 perchè, qualificato il fatto per l'imputato come violazione degli articoli 319 e 321 C.P. e riconosciute le circostanze attenuanti generiche, lo stesso è estinto per intervenuta prescrizione; visto l'articolo 530 CO.2C.P.P. assolve Berlusconi Silvio dal reato di corruzione relativo al bonifico in data 26-29 luglio 1988 contestato al capo A) per non aver commesso il fatto; visto l'articolo 530 C.P.P. assolve Berlusconi Silvio dagli altri fatti di corruzione contestati al capo A) per non aver commesso il fatto; visto l'articolo 530 CO.2 C.P.P. assolve Berlusconi Silvio dal reato di corruzione a lui ascritto al capo B) perchè il fatto non sussiste».

Così le agenzie hanno battuto la notizia. Credo che sia interessante  la lettura che Concetta Bonini ha fatto per noi dell' "Odore dei soldi" di Marco Travaglio, anche per me, che seguo da anni questi eventi, ha messo in luce cose che "non ricordavo"

 

 

Sintesi di quanto letto

Cosa ho letto nell' "L’ODORE DEI SOLDI" di Marco Travaglio

di Concetta Bonini

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L’ultima assoluzione/prescrizione al processo Sme di Silvio Berlusconi lascia ancora una volta intatta la fedina penale del nostro presidente del Consiglio.

In questo momento lo sappiamo felice e gongolante di avere avuto l’ennesima opportunità per erigersi a eroico perseguitato da una magistratura politicizzata che vuole cambiare la storia e la politica per via giudiziaria e a suon di sentenze. Ma la verità è che Berlusconi oggi è il politico più inquisito d’Europa. E non a caso.
 
Basta dare un’occhiata alla storia che lo ha portato alla presidenza del Consiglio dei Ministri –oltre che al curriculum di tutto rispetto della sua carriera giudiziaria- per rendersi conto che il nostro Cavaliere dovrebbe spiegarci molte cose.
 
Molti hanno provato a raccontarla, ma sono rimasti pressoché inascoltati, non ultimo Marco Travaglio che nel 2001 ha pubblicato L’odore dei soldi,un resoconto dettagliatissimo sulle origini delle fortune di Berlusconi.
Senza pretendere la sua meticolosità, sarebbe comunque bene che gli italiani conoscessero il vero passato del nostro Presidente e per questo utilizziamo il suo libro come fonte per il nostro articolo.

Berlusconi e la mafia Sarebbe bene innanzitutto che gli italiani sapessero di avere a che fare con un uomo che ha avuto rapporti con esponenti di spicco della mafia siciliana, grazie anche all’azione mediatrice del suo fido collaboratore Marcello dell’Utri, rapporti attentamente documentati da Travaglio: “Una cosa è certa: per alcuni anni un boss della mafia siciliana, Vittorio Mangano, ha soggiornato nella villa di Silvio Berlusconi, ufficialmente per svolgervi le mansioni di “stalliere”. Grazie alla raccomandazione di un conterraneo e amico di vecchia data: Marcello Dell’Utri” .
 
In sostanza ad Arcore ha soggiornato un tranquillo stalliere, condannato solo a due ergastoli per mafia, omicidio e traffico di droga, ma soprattutto affezionato a Berlusconi tanto da dire “Per me Berlusconi era proprio come un parente. La fiducia che aveva in me era pari a quella che io avevo in lui e nella sua famiglia. A Berlusconi ci voglio bene, fino ad oggi. E’ una persona onesta”. Mangano altro non era che il “rappresentante degli interessi mafiosi a Milano per tenere i rapporti con gli industriali del Nord” , che si sentono rassicurati dalla sua presenza di fronte al pericolo di sequestri di persona.
 
Berlusconi compreso, che aveva mandato un po’ di figli all’estero e di lì a poco fecero rientro in Italia.
Mangano diventa tanto importante che né a Berlusconi né a Dell’Utri viene in mente di licenziarlo, anche dopo il suo arresto e la sua condanna per truffa. In compenso la mafia può utilizzare a Milano banche come la Rasini, diretta dal padre di Berlusconi: “Alcuni dei boss colpiti da mandato di cattura risultano correntisti della Banca Rasini che aveva concesso i primi crediti e le prime fideiussioni al giovane Silvio” .
 
Ci sono addirittura testimonianze secondo cui Dell’Utri riciclò al nord svariati miliardi sporchi per conto della mafia, testimonianze come quella di Filippo Alberto Rapisarda, finanziere che fu per un certo periodo suo datore di lavoro, poi confermata da diversi collaboratori di giustizia. Paolo Borsellino, intervistato da Fabrizio Calvi, dichiarò: “All’inizio degli anni ’70 Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa: un’impresa nel senso che, attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero, e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali.”

A
lla domanda se quindi fosse normale l’interesse di Cosa nostra per Berlusconi rispose: “E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per potere questo denaro impiegare, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro” .

Ma Paolo Borsellino e, prima di lui, Giovanni Falcone furono assassinati proprio da quella famiglia di corleonesi cui apparteneva lo stesso Mangano.

Il pm Luca Tescaroli nella requisitoria pronunciata davanti alla Corte di assise d’appello di Caltanissetta nel secondo processo ai killer di Falcone, prospettò scenari che includevano proprio Mangano e gli stessi Dell’Utri e Berlusconi. Davanti a Tescaroli, il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi, racconta che in occasione delle stragi “Riina reiterava discorsi fatti anche in precedenza, confermando che gli accordi fatti con persone importati avrebbero garantito non soltanto i provvedimenti legislativi favorevoli per tutta l’organizzazione, ma anche la protezione per le conseguenze derivanti dall’esecuzione della strage” .
Dichiara ancora che “appartenenti al gruppo Fininvest versavano periodicamente una somma di 200 milioni lire a titolo di contributo.
Questi soldi, con assoluta certezza, Riina li usava per Cosa nostra. Riina si era attivato per coltivare direttamente i rapporti con i vertici di detta struttura imprenditoriale e, tramite Craxi, stava cercando di mettersi la Fininvest nelle mani o viceversa.”

In definitiva Tescaroli afferma che “il disegno criminale nel suo complesso, e la strage del 23 Maggio in particolare, si è mosso correlativamente al procedere di trattative volte a incidere sui poteri politici e istituzionali” e ancora “Riina aveva esposto il piano strategico ordito dall’organizzazione, consistente nell’instaurazione di un clima di attacco allo Stato che avrebbe consentito di togliere il vecchio sistema politico e, al contempo, di creare un clima favorevole per l’affermazione di un nuovo soggetto politico” .
Infatti Travaglio commenta : “nel 1993 prende corpo una forza politica tutta nuova: si chiama Forza Italia, l’hanno fondata un certo Silvio Berlusconi e un tal Marcello Dell’Utri. Forza Italia vince le elezioni politiche del 1994, le prime dopo la stagione di Tangentopoli e delle stragi. E, per fortuna, le bombe smettono di esplodere” .


Le fortune di Silvio Berlusconi

La vicenda economica di Silvio Berlusconi inizia ufficialmente il 6 aprile 1977 quando il Cavaliere versò o fece versare in contanti 8 miliardi di lire dell’epoca, di cui non si conosce la provenienza.
Ci affidiamo direttamente alle riflessioni di Travaglio: “o quei capitali hanno origini lecite, e il Cavaliere non deve esitare nemmeno un istante a fornire ogni spiegazione e documentazione, illuminando i buchi neri che costellano il suo passato; oppure in quel tourbillon di versamenti –ora in contanti, ora in assegni circolari, quasi tutti di provenienza ignota- c’è qualcosa di inconfessabile, e allora ben si capisce quel silenzio che dura ormai da almeno trent’anni.”

In realtà la genesi dell’impero economico berlusconiano si compone di una serie di scatole cinesi, le Holding Italiana dalla prima alla trentottesima, e una serie di altre società più o meno fantasma, non di rado “monouso” cioè strumentali al compimento di una singola operazione finanziaria. Sono tutte società che utilizzano prestanome (spesso casalinghe o malati terminali), in cui Berlusconi non figura mai, ma di cui è in effetti l’unico controllore.
 
Fino agli anni ’80 le Holding subiscono varie metamorfosi, ma soprattutto crescono con investimenti e aumenti di capitale, tutti di provenienza assolutamente sconosciuta e spesso senza che nei conti in banca del Cavaliere si registrino particolari movimenti.

A questo si associa l’attività delle telecomunicazioni e l’espansione del marchio “Canale 5”, di proprietà della Fininvest, marchio che raggruppa 30 emittenti locali affiliate, legate a Fininvest con una miriade di scritture private (non soggette a registrazione e quindi ad alcun tipo di controllo) che mandano in onda contemporaneamente su tutto il territorio nazionale il medesimo programma registrato, diffuso attraverso videocassette, quindi senza porsi formalmente in contrasto con l’allora scarsissima legislazione in materia, che prevedeva solo il divieto di trasmissioni che travalicassero l’abito locale utilizzando collegamenti aerei ad alta frequenza.
 
Tra queste emittenti Rete Sicilia, di cui fu presidente per diversi anni Antonio Inzaranto, imparentato con la famiglia Buscetta.

Il Gruppo Fininvest raggiunge dimensioni ragguardevoli ma appare sottocapitalizzato, manca di basi finanziarie adeguate e di un quadro attendibile dell’andamento economico, ha un elevato indebitamento e risultati reddituali dubbi.
Insomma si trova in una situazione in cui sono insperabili aperture di credito. “Eppure i finanziamenti al gruppo Fininvest non mancano mai. […] Dal 1987 in poi si rileva un salto qualitativo per il numero crescente di affidamenti e connessi utilizzi di fido presso il complessivo sistema creditizio. Una pioggia impressionante di miliardi, provenienti da tutti i principali istituti di credito italiani, che fino a quel momento non avevano prestato una sola lira al gruppo Fininvest. Ma ora al governo c’è un nuovo padrone d’Italia, Bettino Craxi. E Berlusconi è il suo profeta. […] Se negli anni 1982-85 gli affidamenti complessivi ammontavano a 2-4 miliardi, nel 1986 balzano improvvisamente a 18, e nel 1987 addirittura a 370 miliardi. Chissà come mai.” Craxi crea il Far West legislativo necessario affinché le televisioni di Berlusconi prolifichino e la Fininvest diventi un colosso.

Nel 1984 impone con il suo governo al Parlamento ben due decreti ad personam, i "decreti Berlusconi", per salvare le televisioni dell'amico finite sotto inchiesta (e minacciate di sequestro dai magistrati) perché trasmettevano illegalmente su tutto il territorio nazionale. Nell’88 arriva poi la legge televisiva su misura, la Mammì, che gli risolverà tutti i problemi.


Sulla poca trasparenza delle operazioni Fininvest indaga la Dia di Palermo che rivela “operazioni anomale effettuate col fine di creare dei fondi che avrebbero dovuto trovare –come in effetti hanno trovato- una documentazione societaria anche se se ne sconosce la provenienza. Allo stato non si è in grado di ricostruire la genesi dei capitali utilizzati per il perfezionamento di tutte le operazioni effettuate.” Centinaia di miliardi “in cerca d’autore” arrivati chissà da dove e chissà perché, che si sommano ad un’incredibile disponibilità di contanti, sempre di provenienza ignota, che contraddistinguono Berlusconi e la sua corte.

E qui non mancano le sorprese. Inannaiztutto viene fuori che “Silvio Berlusconi era iscritto alla Loggia massonica P2 dal 1978, numero di tessera 1816, con il grado di apprendista. […] La Loggia P2 pone in essere sia tramite il banco Ambrosiano sia tramite altre banche interventi ove alcuni operatori ( tra cui Berlusconi) trovano appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio.

Poi Francesco Bignardi, già direttore generale della Bnl rivela alla Dia che “con tutta probabilità i mezzi utilizzati per costruire l’impero erano capitali italiani che in precedenza, negli anni bui del terrorismo, erano stati esportati illegalmente e che, superata quella emergenza, rientravano come “estero vestiti” attraverso banche svizzere che assicuravano l’anonimato dei loro reali possessori.” La Dia conclude: “Detti capitali successivamente avrebbero dovuto essere immessi nelle aziende di Berlusconi a titolo di partecipazione o finanziamento”.

A questo è da aggiungere circa un miliardo di finanziamento alla nascita di Forza Italia e “resta da capire se quei 950 milioni di finanziamento sia stato iscritto nel bilancio di partito, oppure no. Ma dalla lettura dei finanziamenti registrati per il 1994 nessuno corrisponde a quella cifra”.

Queste sono le origini di un partito che nasce su idea di Marcello Dell’Utri, “di fronte al crollo dei referenti politici del gruppo Fininvest” per fermare “l’avanzata comunista” e quindi mantenere le condizioni adeguate alla crescita economica dell’impero del Cavaliere. Un partito che ha politicamente le idee talmente chiare da doversi scegliere l’area politica in base alle alleanze più convenienti.


Ma non dimentichiamo: Berlusconi è sceso in campo. E lo ha fatto per noi.

Commenti

15 gennaio 2005
Lessi, naturalmente, il libro di Veltri e Travaglio quando venne pubblicato e mi pare che ad oggi non sia mai stato smentito. Riportarlo quindi in primo piano ad ogni occasione mi pare un'ottima idea. La sintesi che ne ha fatto Concetta è molto efficace. Le faccio i miei complimenti per questo e gli altri articoli che sono andato a leggermi sull'altro sito
Giacomo (alter_ego)




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